Si scrive Hollande, si legge Giavazzì
“Ma lei è ancora socialista?”. La seconda domanda della conferenza stampa di ieri all’Eliseo, dopo quella ovvia sulle vicende sentimentali e private del presidente della Repubblica francese, dà un po’ il senso della svolta annunciata da François Hollande sulla politica economica di Parigi. In estrema sintesi: meno spesa pubblica per poter ridurre le tasse sulle imprese (e sui lavoratori) e quindi creare più posti di lavoro.
12 AGO 20

“Ma lei è ancora socialista?”. La seconda domanda della conferenza stampa di ieri all’Eliseo, dopo quella ovvia sulle vicende sentimentali e private del presidente della Repubblica francese, dà un po’ il senso della svolta annunciata da François Hollande sulla politica economica di Parigi. In estrema sintesi: meno spesa pubblica per poter ridurre le tasse sulle imprese (e sui lavoratori) e quindi creare più posti di lavoro. Il “patto di responsabilità” per rilanciare l’economia, annunciato da Hollande il 31 dicembre e approfondito per la prima volta ieri, è pieno di buon senso ma comunque inatteso, soprattutto perché arriva da gauche. Il presidente ha respinto l’etichetta di “liberale”, che a Parigi crea imbarazzo pure a destra e al centro, ma ha invitato a non cincischiare sulla definizione di “socialista” o di “social-democratico”. Piuttosto la parola chiave – ha detto – è “realtà”.
Hollande è un presidente socialista assalito dalla realtà, insomma. La realtà di un paese il cui prodotto interno lordo nel 2012 non è cresciuto per niente, nel 2013 è avanzato di uno striminzito 0,2 per cento e dovrebbe chiudere l’anno in corso con un poco entusiasmante più 0,9 per cento. In queste condizioni, il rapporto deficit/pil è destinato a rimanere più alto di quanto promesso all’Unione europea: ancora attorno al 4 per cento del pil nel 2014. Non che i francesi, negli scorsi mesi, si siano fatti problemi a violare i limiti imposti sulla carta da Bruxelles; la grandeur trasversale all’establishment, evidentemente, non ha ancora ridotto la politica economica di quel paese a mera contabilità made in Ue. Il problema, ha detto Hollande, è che una crescita così bassa sarà foriera di ulteriore disoccupazione: la percentuale di persone senza lavoro, oggi all’11 per cento, continuerà a crescere.
Perciò Hollande ha deciso di sorprendere tutti: curerà le ferite francesi cominciando dal “lato dell’offerta”. Non sarà Reaganomics, ma è qualcosa: 15 miliardi di spesa pubblica in meno nel 2014, altri 50 miliardi di risparmi dal 2015 al 2017. Qualcosa in più dei 32 miliardi della spending review promessa dal governo Letta di qui al 2016. Risorse “liberate” che consentiranno uno sgravio dei “contributi sociali” pagati dalle imprese francesi e che lì servono a pagare la spesa sociale di tutti, non solo dei lavoratori. Nulla che in Italia non si sia già sentito, almeno a parole. Tuttavia da noi sono cadute nel vuoto anche proposte puntuali e fattibili, come quelle dell’economista Francesco Giavazzi che ha indicato agli ultimi esecutivi alcune poste del bilancio pubblico da sfoltire, come i sussidi pubblici alle imprese, pari a 10 miliardi l’anno. Invece i sussidi pubblici alle aziende, ha rivelato ieri l’economista al Foglio, continuano a crescere. Meglio il nuovo paradigma Hollande, insomma: “Non dobbiamo limitarci a usare formule per i giovani. Se vogliamo invertire la rotta, dobbiamo fare un salto affinché tutte le imprese creino lavoro”. Uno stato più leggero per liberare i produttori. E quindi i consumatori. Cioè noi tutti.